Nizioleti Veneziani, testimonianza affascinante di un tempo passato
Chi visita Venezia non può fare a meno di notare quelle scritte nere su fondo bianco, onnipresenti all’ingresso delle calli, a ridosso dei ponti, sulle mura di un campiello o di una fondamenta. Venezia è costellata di queste iscrizioni su piccoli rettangoli bianchi, che assomigliano a dei lenzuolini appesi, in veneziano i “Nizioleti“. Li troviamo ovunque e ci aiutano ad orientarci nel dedalo di calli e ponti della città, ma vi siete mai chiesti qual’è la loro origine? Andiamo a scoprirlo insieme.
Sommario:
La storia dei nizioleti
In realtà, la storia del “nizioleto” (si pronuncia nisio’eto) è relativamente recente rispetto a quella millenaria della città. La sua origine risale infatti al periodo di occupazione franco-austriaca seguito alla caduta della Serenissima Repubblica di Venezia, avvenuta nel 1797. Prima di allora, tutte le informazioni e i nomi riguardanti i luoghi della città si tramandavano oralmente ed erano patrimonio esclusivo dei veneziani. Per i “foresti” (gli stranieri) era molto difficile arrabattarsi tra calli e campielli, e capire dove andare. Fu così che, tra il 1808 e il 1813, venne creato il “Catasto”, in modo che per ogni luogo della città venisse chiaramente indicato un nome di riferimento.
Per capire meglio la situazione, va osservato che la numerazione civica a Venezia non segue il criterio basato sulle vie, ma si basa sui “sestieri”, ovvero le antiche suddivisioni erariali. Quindi ogni sestiere ha una propria numerazione progressiva, e non esiste l’alternanza dei numeri pari da un lato e dispari dall’altro.

Ogni casa ha un numero univoco all’interno del sestiere e ad ogni cambio di sestiere la numerazione riprende da 1. Questo comporta che nei sestieri più popolati si arrivi a numeri civici molto alti, come ad esempio Castello 6828. Come si può intuire, tutto ciò era incomprensibile per il foresto, che si diede da fare per rendersi le cose più chiare.
L’isola della Giudecca al tempo era parte del sestiere Dorsoduro, e quindi ne seguiva la numerazione. Ma sempre in quegli anni fu deciso che dovesse essere una nuova suddivisione amministrativa della città, e prese così una propria numerazione civica. Ecco perché viene anche rappresentata sul “ferro della gondola” come “settimo sestiere“. Su questo paradosso linguistico del “sestiere”, con la città divisa in sette, c’è poco da dire: anche questo, come la numerazione civica, è uno dei tanti elementi duri a morire e che rendono questa città unica al mondo.
L’origine dei nomi sui nizioleti
Come abbiamo visto, la necessità di orientarsi all’interno della città, portò alla creazione del Catasto e alla realizzazione di questi “segnali” che dessero un nome ai luoghi. La caratteristica principale dei nizioleti è quella di essere dipinti direttamente sull’intonaco o sulle pietre del luogo da indicare. Ma come vennero scelti i nomi? Ebbene, ogni nizioleto porta un nome che ricorda sempre un fatto accaduto, una merce in vendita, una professione, un mestiere; insomma, racconta della vita di quel posto. Il nizioleto ci parla di santi e di nobili, leggende di fantasmi, di fatti truci (come in Riva di Biasio), di facili costumi, di cibo e di mestieri.



Ecco perché i nizioleti veneziani sono così importanti e vanno tutelati, poiché a saperli leggere ci raccontano la storia di ogni luogo. Quella storia che oggi, con il progressivo spopolamento della città e la migrazione dei suoi abitanti, si sta via via dimenticando. Complice anche un processo di progressiva italianizzazione dei nomi, ad opera di attività di restauro a dir poco scellerate. Infatti, qualche anno fa alcuni nizioleti sbiaditi sono stati tradotti in lingua italiana, generando le proteste degli abitanti e delle associazioni culturali. Qualcuno si è anche dato da fare per cercare di correggerli, ma il processo sembra inarrestabile. Così “Rio Terà” è diventato “Rio Terrà“, “Sestier de” diventa “Sestiere di“, o il toponimo viene totalmente sostituito, come per “Calle del Fontego del Curame” (del cuoio) che è sparito nel nulla diventando “Calle de la Donzella“.
Impariamo a leggere i nizioleti
Dunque, se i nizioleti raccontano di Venezia dovremmo imparare a leggerli. Ecco che allora, con il naso all’insù, iniziamo a conoscere alcuni termini tipicamente veneziani che possono essere un pò meno intuitivi di “Ponte delle Tette” o di “Calle dei Assassini” (di cui vi ho già parlato in un altro articolo). Infatti, tra i nomi delle calli e campielli troviamo spesso il nome di un mestiere o dell’attività che lì si esercitava, come ad esempio:

- Calle del Scaleter, il pasticciere, che preparava ciambelle e biscotti
- Calle del Marangon, il falegname carpentiere o mobiliere
- Calle dei Botteri, dove si facevano le botti
- Calle del Pistor, il panettiere (che macinava il grano, e impastava la farina per il pane)
- Calle del Forner, il fornaio (che invece il pane lo cuoceva e basta)
- Corte del Pestrin, e omonima calle, dove i “Pestrineri” vendevano e lavoravano il latte e i suoi derivati
- Calle del Spezier, dove gli “Spezieri” si dividevano in “da medicine” (farmacisti) e “da grosso“, che si differenziavano in Droghieri, Spezieri da confetti, Cereri, Raffinatori da zuccaro, Mandoleri
- Ramo dei Calegheri, i calzolai, che si trova dietro l’antica scuola dove veniva insegnato il mestiere
- Calle Fiubera, dove il “Fiuber” produceva le fibbie per scarpe e cinture
- Ponte dei Bareteri, sul Rio dei Bareteri, che confezionavano berretti in lana e cotone
- Calle del Manganer, colui che rifiniva i tessuti di lana e seta per renderli lisci e lucidi, usando un macchinario apposito chiamato “mangano“.
- Campiello dei Squelini, ovvero dei fabbricanti di scodelle e stoviglie
L’elenco potrebbe continuare a lungo, dato che a Venezia i mestieri codificati che si apprendevano nelle cosiddette “Schole picole de Arti e Mistieri“, già nel 1500 erano oltre 200. Ma per ognuno state sicuri che troverete almeno un nizioleto a testimone.
Attenzione però, perché molti nomi si ritrovano in sestieri diversi, quindi se cercate ad esempio la “Calle del Pistor“, potreste essere indirizzati a San Polo oppure a Dorsoduro o a Castello, addirittura alla Giudecca. Questo perché anche il sistema dei nizioleti è su base sestiere, come la numerazione. Inoltre le attività più comuni erano presenti in diverse parti della città, quindi è abbastanza ovvio che si possano trovare dei toponimi che si ripetono. E avete notato che fin qui ve li ho anche tutti geolocalizzati? Così alla vostra prossima visita in città, li potete cercare nel posto giusto… se Google Maps funziona, il che a Venezia non è scontato!
Ci sono poi i nizioleti col nome del cibo che si vendeva in quei luoghi specifici, come “Campiello dei Meloni“, “Ponte della Fava“, il “Sotoportego de l’Uva” (in Campo Santa Margarita), o il “Ponte del Vin“, solo per citare i più intuitivi. Ma se vi dico “Fondamenta dei Penini” (dei zampetti di maiale), “Rio Terà dei Nomboli” ( dei quarti di carne), “Calle de le Ostreghe” (delle ostriche), “Ramo primo del Caparozzolo” (varietà di vongola), “Fondamenta del megio” (il miglio), “Ponte de l’aseo” (dell’aceto)? Forse sono un pò più difficili da decifrare per i non veneziani. Ma per fortuna c’è mamma Google, che in caso di bisogno può soddisfare la nostra curiosità.
Anche edifici e luoghi specifici entrano nella toponomastica del nizioleto, come ad esempio
- Calle del Fontego dei Tedeschi – I vari Fontego o Fondaco, erano dei casamenti ad uso abitazione e deposito, in genere per i commercianti stranieri o per merci specifiche
- Calle delle Chiovere – Le Chiovere, erano gli spazi dove venivano asciugate le lane e i tessuti dopo la tintura
- Fondamenta de la Malvasia Vecchia – Le Malvasie, erano le rivendite di vino “foresto” o “navigato”, importato dalla Grecia e da Cipro, molto apprezzato al tempo e di buona qualità
- Sotoportego de la Furatola – Le Furatole, erano piccoli locali angusti e poco illuminati (da cui il nome che sta per oscuro, tetro), dove il vino era di bassa qualità e passato sottobanco, perché la licenza era solo per la vendita di pesce fritto
- Ponte del Squero – Allo Squero si costruivano e riparavano le imbarcazioni, e il falegname era lo “Squerarolo”
- Marzaria San Zulian – Le Marzarie, ovvero le mercerie, dove venivano esposte e vendute le stoffe più preziose. Si trovano in diverse parti della città
- Calle Frezzaria – La Frezzaria era il luogo dove i “frezzeri” fabbricavano e vendevano le frecce
- Ponte Borgoloco (che ha una curiosità, scopritela qui) – Il Borgoloco, era una zona ricca di locande ed il termine deriva dalla frase veneziana “tegnir uno a loco e foco” (dare ospitalità a qualcuno in casa propria)
- Barbaria de le Tole – La Barbaria era un luogo con molti magazzini di tavole (le tole). Il termine “Barbaria” sembra derivi dal fatto che molte tavole fossero destinate ai paesi della Barbaria, regione che comprendeva gli odierni Marocco Algeria e Tunisia, ma un’altra ipotesi è che si riferisse alle “barbe” che si creavano con il taglio.
Inoltre i toponimi veneziani raccontano anche quella dimensione cosmopolita di Venezia, che per secoli fu il centro economico e culturale del mondo conosciuto ed il forte senso di accoglienza che ha sempre contraddistinto la città e i suoi abitanti. Ecco quindi che troviamo luoghi che raccontano di etnie diverse, come ad esempio: Lista di Spagna, Calle degli Albanesi, il Rio e Ponte dei Greci, Campo dei Mori (ovvero provenienti dalla “Morea“, penisola del Peloponneso nel sud della Grecia), il Sotoportego dei Armeni.
E la definizione che precede il nome?
Innanzitutto la Calle, perchè si chiama così? Il termine deriva dal latino “callis“, che significa sentiero. Un tempo infatti Venezia non era tutta lastricata come la conosciamo oggi, e tutte le vie erano in terra battuta. Inizialmente quindi la Calle era un viottolo, di larghezza variabile, dai 60cm fino ai 6/8 metri. Vi sono calli dove riesce a malapena a passare una persona, dette “Calletta o Calesella“, mentre le più larghe prendono il nome appunto di Calle Larga. Varianti sono la Ruga e la Rughetta, la Salizada e la Lista.

Secondo gli storici sembra che Ruga derivi dal francese Rue (via, strada) e fosse il nome che anticamente veniva dato alle prime strade di una Venezia antichissima. In alcuni casi è rimasto anche dopo l’apertura delle nuove strade poi chiamate calli. Sono calli particolarmente lunghe e importanti, con molti negozi, come “Ruga dei Oresi” (gli Orefici) al ponte di Rialto. Il Ramo, come si intuisce, è invece una diramazione della via principale e generalmente ne porta il nome.
Le prime strade pavimentate presero invece il nome di Salizada (strada selciata). Erano le vie più importanti, lastricate prima con mattoni e successivamente con i caratteristici masegni (macigni), blocchi di pietra trachitica, su cui non si scivola anche se bagnati. La Lista invece è sempre una calle larga dove si trovava la residenza di qualche ambasciatore; per questo, in mezzo alla strada di terra c’era una striscia pavimentata (la Lista) per agevolare la passeggiata dei nobili. Da qui l’espressione comune “fare liston” per indicare, ancora oggi, la passeggiata in un percorso “in vista”. Qui sotto è ritratto il liston in Campo Santo Stefano, incisione del Canaletto.

Ci sono poi il Rio Terà, la Piscina, la Fondamenta e la Riva. Ognuno di questi luoghi è in qualche modo legato all’acqua. Il Rio Terà infatti sta per “Rio interrato”, ovvero una strada ricavata interrando un rio, di cui generalmente mantiene il vecchio nome. Vi ricordo che in città l’unico “canale“ è il Canal Grande, mentre tutti gli altri si chiamano rii. La Piscina invece è uno spiazzo ottenuto interrando un piccolo stagno o una palude, da cui si diramano le calli.
La Fondamenta è la strada che costeggia un rio o un canale e quindi ha abitazioni da un solo lato. La più famosa è la Fondamenta delle Zattere di cui vi parlo in un altro articolo. Similmente anche la Riva ha le abitazioni da un solo lato, ma è molto più larga e si affaccia ad acque più ampie, come la Riva degli Schiavoni. Anche per questa vi rimando al mio articolo dettagliato che ne racconta la storia e vi guida alla sua scoperta.
E i Campi? A Venezia i Campi si chiamano così (e non piazze) proprio perché in origine erano zone erbose e alberate; l’unica Piazza, definita tale perché pavimentata, era (ed è tutt’ora) la Piazza San Marco. I campi più piccoli sono i Campielli, che hanno più vie d’accesso come i campi, mentre la Corte è un cortile tra le case e senza sbocco. A Venezia si contano oltre 100 campi e più di 130 campielli, dove si svolgevano numerose attività quotidiane: mercati, cerimonie religiose, tornei, comizi. E soprattutto, in ogni campo e campiello vi erano i pozzi a cui i veneziani attingevano quotidianamente, chiusi nel 1884 con l’arrivo dell’acquedotto cittadino. La maggior parte è ancora presente e molti sono vere opere d’arte.

Bene, credo e spero di avervi incuriosito abbastanza e di avervi dato molti spunti per un modo diverso di visitare Venezia, cercando di leggere la sua storia nei nizioleti.
Se questo articolo vi è piaciuto ed è stato utile, lasciate un commento. Altrimenti scrivetemi ugualmente le vostre impressioni, in modo che possa migliorarlo. Grazie.




















