12 luoghi curiosi di Venezia e la loro storia affascinante
I luoghi curiosi a Venezia, legati alla sua storia millenaria, sono davvero numerosi. In una città tanto ricca di fascino e mistero, non è raro che alcuni di essi abbiano dato origine a leggende inquietanti e curiose storie popolari. In questo articolo, vi guiderò alla scoperta di alcuni di questi luoghi, offrendovi l’opportunità di trascorrere una giornata diversa, alla ricerca di un riscontro visivo. Approfittate di questa occasione per scoprire altri luoghi interessanti nelle vicinanze, poiché a Venezia ogni angolo nasconde un pezzo di storia, una leggenda, un mistero.
Sommario:
I Mori di pietra – Campo dei Mori
Già, qui non si parla di statue, perché la leggenda racconta che questi Mori, tre fratelli arrivati a Venezia dalla Morea (odierno Peloponneso), a causa della loro avidità subirono un sortilegio e furono tramutati in pietra dopo aver cercato di truffare l’ennesima persona. Questa era Santa Maddalena, che, facendosi passare per una vedova chiese loro delle stoffe pregiate su cui investire gli ultimi risparmi e riaprire la merceria del marito. Come d’abitudine, i tre cercarono di truffarla proponendole per tessuti pregiati delle pezze di cotone di bassa qualità. “Che il Signore mi trasformi in pietra, se ciò che dico è una bugia”, solevano dire per convincere dell’affare i loro clienti.

Ma quando toccarono i soldi che la vedova porse loro, i tre fratelli (Rioba, Sandi e Alfani) si tramutarono in pietra. Stessa sorte ebbe il servitore, di cui non si conosce il nome. Ancora oggi sono lì, a sorreggere le mura dell’edificio (ed il peso delle loro malefatte). La statua d’angolo è Rioba, che nell’800 divenne simbolo della satira veneziana con il giornale “L’ombra de Sior Rioba”. Si riconosce per il naso di ferro, che gli fu messo quando quello in pietra si ruppe. Si dice che toccarlo porti fortuna. Sestiere di Cannaregio, Campo dei Mori. Perché non provare? Poco distante, al civico 3399, si trova anche la casa del Tintoretto.
La vecchia col mortaio – Mercerie a San Marco
Nei pressi di Piazza San Marco, Angolo tra Mercerie e Sotoportego del Cappello nero, se alzate lo sguardo potete vedere una cosa davvero curiosa: un altorilievo che mostra una vecchia signora con un mortaio. La figura non ha nulla a che vedere con le classiche rappresentazioni presenti sulle case veneziane, dunque perché si trova lì? Ebbene, la “vècia Giustina”, così si chiamava, inconsapevolmente salvò il Doge Pietro Gradenigo da una congiura ai suoi danni.
La mattina del 15 giugno 1310, Baiamonte Tiepolo si stava avviando con le sue truppe verso Palazzo Ducale per attuare un colpo di stato. Sentendo il trambusto, Giustina si sporse dalla finestra con il mortaio in mano, ed il pesante arnese le cadde di fuori colpendo a morte sulla testa il portabandiera del Tiepolo. La cosa improvvisa portò gran scompiglio tra i congiurati, che ormai in piazza furono facile preda degli armigeri del Doge.
Il Tiepolo fuggì passando dal Sotoportego del Cappello con i pochi uomini rimasti, e attraversando il Ponte dei Dai ( che venne poi chiamato così per gli incitamenti della folla, “dai, dai, che li prendiamo”). Venuto a conoscenza del fatto, il Doge volle premiare Giustina, la quale chiese ed ottenne che la pigione della casa e del negozio di specchi che gestiva, restasse fissata per sempre a 15 ducati, anche per i suoi discendenti. Ottenne inoltre di poter esporre il gonfalone di San Marco ad ogni patria ricorrenza, gonfalone che è tutt’oggi conservato a Museo Correr.
Una discendente di Giustina nel 1841 fece realizzare il bassorilievo, e alla pinacoteca Querini Stampalia è conservato un dipinto del 1700 di Gabriel Bella che rappresenta la scena della battaglia.


La testa d’oro – Salizada Pio X
“Alla testa d’oro” era il nome di una antica farmacia di Venezia, una delle pochissime autorizzate a vendere il farmaco “Teriaca”. Si trattava di una preparazione che si diceva essere in grado di curare qualunque malattia. Questa farmacia ne possedeva la segretissima ricetta, ed era quindi in grado di produrlo già dal 1603. Il Teriaca è stato prodotto e venduto fino al 1940, quando fu bandito un ingrediente essenziale: l’oppio.
L’antica farmacia non esiste più, ma la sua particolarissima insegna, una testa dorata, è ancora ben visibile ai piedi del ponte di Rialto. In Salizada Pio X, con lo sguardo torvo sembra controllare ciò che accade in basso, tra la folla di turisti che vanno nel vicino Campo San Bartolomio a fotografare la statua del Goldoni . E voi, riuscite a vederla?


Il fantasma dei giardini – Biennale
A Castello ci sono dei bellissimi giardini, da molti anni chiamati “Giardini della Biennale” che ospitano i padiglioni di questa fondazione culturale nata nel 1895, e che fu la prima Esposizione biennale d’arte al mondo. Eh sì, Venezia detiene moltissimi primati riguardo cose che oggi si danno per scontate, come ad esempio il caffè (leggi il mio articolo a riguardo). Ebbene, arrivando da via Garibaldi (l’unica via a Venezia a chiamarsi tale) un bellissimo viale alberato fa da ingresso a questi famosi giardini.

Circa a metà del viale, si trova una statua dedicata all’eroe dei due mondi: Giuseppe Garibaldi, in cima ad una piccola collinetta con ai piedi l’onnipresente leone. In una leggenda abbastanza recente, si narra che un veneziano si recava spesso in quel luogo di sera, a raccogliere lumache. Una sera, mentre era chinato nei pressi della statua, ricevette uno spintone che lo buttò a terra. Rialzandosi e maledicendo il responsabile vide allontanarsi di corsa un’ombra rossa. Quando raccontò il fatto in osteria, nessuno gli credette dandogli dell’ubriacone. Il fatto però tornò a ripetersi più e più volte, e ogni volta che accadeva il malcapitato di turno raccontava di quell’ombra rossa che si dileguava subito dopo.
All’ennesimo fatto fu coinvolto un signore anziano, al quale parve di riconoscere nei lineamenti del fantasma un tale Giuseppe Zolli. L’ex garibaldino, che aveva partecipato alla spedizione dei Mille, era deceduto poco tempo prima, e aveva giurato di difendere il suo condottiero fin oltre la morte. Fu così che si pensò di dedicare una statua anche al fedelissimo garibaldino, ponendola alle spalle di quella di Garibaldi, a sua perenne protezione. Da allora, l’ombra rossa non si manifestò mai più.

Venezia e la legge sulla barba
Nel lontano secolo XII a Venezia esisteva il “ponte dei assassini”, nel sestiere di San Marco, tra campo Manin e il teatro La Fenice. Il ponte veniva chiamato popolarmente così per le tante uccisioni che avvenivano di notte in quel luogo. Infatti, quello era uno dei luoghi più bui della città ed era molto facile uccidere e rapinare senza essere visti o notati.

A causa di questo, nel 1128 il governo della Serenissima decretò il divieto di portare barbe “alla greca”, ossia folte e lunghe, sia vere che finte. Era infatti uso comune, per i delinquenti dell’epoca portare barbe lunghe e scure, a volte anche posticce, per non farsi riconoscere. La pena per chi non rispettava la legge era la forca. Fu così che a Venezia l’abitudine della barba lunga scomparve, almeno per un po’ di anni.
Inoltre il Doge dell’epoca, Domenico Michiel, ordinò che nei posti troppo bui e poco sicuri, come questo, fossero posti dei “cesendeli“, cioè dei lumi, che restassero accesi per tutta la notte. Vicino ad essi erano poste anche delle immagini sacre, per tentare di dissuadere i possibili assassini dalle loro azioni criminali . Fu questo uno dei primi esempi di illuminazione pubblica cittadina, e lo si deve ai delinquenti che hanno dato nome al ponte più sanguinario di Venezia. Oggi del ponte rimane solo il nome, preso dal canale che lo ospitava. Nel 1791 il rio fu interrato e diventò quello che oggi è conosciuto come “Rio terà (Rio interrato) dei assassini“.
La doppia R presente sul “nizioleto” attuale è un errore frutto di uno sconsiderato restauro recente, come per molti altri. In proposito vedi il mio articolo dedicato ai “Nizioleti veneziani“.

Un serial killer a Venezia – Riva de Biasio
Era il 1500, quando un certo “Biasio” (Biagio, in veneziano), salumiere della Carnia, lascia la montagna viene a cercare fortuna a Venezia. Nel suo mestiere era bravissimo e la sua specialità era la preparazione degli insaccati e salumi in genere. Così Biasio apre un’osteria, per proporre i suoi piatti alla gente di Venezia. La sua specialità si chiamava “sguazeto”, uno spezzatino di carne con salsiccia e aromi di vario tipo. Questa specialità era talmente buona che da ogni parte della città le persone venivano nella sua osteria per assaggiarla. Destava perplessità però il fatto che, nonostante il periodo di carestia, il nostro oste reperiva sempre carne fresca in quantità.

Dopo alcuni anni, un barcaiolo che stava mangiando trovò in fondo al suo sguazeto un piccolo dito. Inorridito, corse subito a far denuncia all’autorità e Biasio fu arrestato. Dopo lunghi interrogatori, Biasio confessò che nel suo famoso spezzatino l’ingrediente principale era la carne di bambini, da lui stesso rapiti e assassinati. Un vero serial killer!
Condannato per tali efferatezze, Biasio fu portato davanti alla propria bottega dove gli furono mozzate le mani davanti alla folla inferocita. Successivamente venne portato in piazza San Marco, dove fu decapitato e smembrato in quattro pezzi, che vennero esposti in 4 punti della città, come si usava fare per gli assassini. Inoltre, la sua bottega venne completamente bruciata e rasa al suolo. La “fondamenta“ (riva, in veneziano) vicino a cui sorgeva, venne quindi chiamata Riva de Biasio a perenne ricordo di quei fatti, e rimane uno dei luoghi curiosi a Venezia

Poco distante dal pontile del vaporetto, si trova Campo San Zan Degolà (San Giovanni Decollato, in veneziano) con l’omonima chiesa intitolata a San Giovanni Battista. In quel campo vi era l’osteria di Biasio prima di essere distrutta. Ancora oggi, sul muro della chiesa si può vedere il bassorilievo di una testa mozzata, realizzato in pietra d’Istria bianca. Sebbene in realtà raffiguri la testa del martire Giovanni, invece per molti vi sarebbe raffigurato Biagio, a testimonianza di come questa vicenda abbia davvero colpito l’immaginario collettivo dei Veneziani.
Ponte delle tette – San Cassian
Tra i tanti luoghi curiosi a Venezia, c’è un angolo nascosto che molti turisti ignorano: il Ponte delle Tette. Situato in omonima fondamenta (riva in veneziano) il Ponte delle Tette collega il sestiere di San Polo e quello di Santa Croce, a poca distanza dalla Chiesa di San Cassiano. L’origine del suo nome curioso risale al XVI secolo, quando il ponte era circondato da una zona di tolleranza per la prostituzione, un vero e proprio “quartiere a luci rosse”.

La Serenissima, nel tentativo di contenere la prostituzione all’interno di un’area specifica, decise di istituire il “Mandamento delle Carampane“, dal nome della Ca’ Rampani, palazzo nobiliare assegnato dalla Repubblica di Venezia ad abitazione delle prostitute. Così, le donne che esercitavano la professione più antica del mondo erano confinate in questa zona, che divenne un luogo di incontro e di intrattenimento per i veneziani e i numerosi visitatori stranieri. Le donne, per attirare l’attenzione dei clienti, si affacciavano dai balconi dei palazzi circostanti e mostravano il seno scoperto. Da qui il nome del “Ponte delle Tette”.
Si dice che l’attività venisse incentivata dal Governo, anche per contrastare la dilagante pratica della sodomia tra i veneziani del tempo, ovviamente considerata contro natura e mal digerita in una città tanto religiosa. Oggi, i palazzi intorno al ponte sono stati restaurati e trasformati in residenze private e negozi di artigianato locale, ma nonostante il passare del tempo, il Ponte delle Tette conserva il fascino e il mistero del passato. Passeggiando tra i luoghi curiosi a Venezia, fate una sosta in questo angolo segreto, dove le pietre consumate dal tempo raccontano storie d’amore e di peccato.
Le ancorette portafortuna – Ponte San Canzian
Uno dei tanti luoghi curiosi a Venezia è il Ponte di San Canzian, custode di una storia e di una tradizione piuttosto macabra. Sulla colonna d’angolo dell’edificio che sovrasta il “Sotoportego del traghetto”, noterete infatti due ganci di ferro a forma d’ancora: le “ancorette”, appunto. Secondo la tradizione, queste ancorette erano utilizzate per appenderci due quarti dei condannati a squartamento. Gli altri due quarti venivano collocati su altre due ancorette, che erano situate ai Tolentini, ad un altro ponte chiamato appunto “Ponte dei Squartai”. Questi ganci erano orientati in quattro direzioni diverse, corrispondenti ai punti cardinali, e i pezzi dei condannati, giustiziati per gravi reati, rimanevano così come monito a vista di chi passava di là.


Provate a sostare nei pressi di questo suggestivo ponte per una decina di minuti: potrete notare quante persone aderiscano, con apparente indifferenza, a questa affascinante tradizione, testimoniando quanto radicata sia nella cultura veneziana la credenza nell’efficacia delle “ancorette portafortuna” di San Canzian.
Il Ponte dei Pugni – San Barnaba
Una storia particolare è quella del Ponte dei Pugni , uno dei tanti luoghi curiosi a Venezia. Innanzitutto bisogna sapere che, in antichità, i ponti di Venezia non avevano parapetti. Ne è testimonianza il Ponte Chiodo, l’ultimo rimasto tale e quale a Venezia, in Fondamenta San Felice. Si tratta di un ponte che porta direttamente in una abitazione del luogo, ma molto fotografato per la sua originalità. In realtà esiste un altro ponte senza parapetti, il Ponte del Diavolo, ma si trova nell’isola di Torcello e si chiama così per via di una leggenda di cui vi racconto nel mio articolo “il Diavolo a Venezia”.
Ma torniamo al nostro soggetto principale, ovvero il Ponte dei Pugni, che si trova invece a due passi da Campo San Barnaba e dalla omonima (immancabile) chiesa, a Dorsoduro. È facilmente riconoscibile, anche perché a lato c’è sempre ormeggiata una “topa“, il classico barcone da trasporto veneziano, su cui è allestito un negozio di frutta e verdura. La cosa particolare è che su questo ponte si davano appuntamento le bande dei Castellani, di San Pietro di Castello, e dei Nicolotti, di San Nicolò dei Mendicoli, per quella che era la“Guerra dei pugni”.

La rivalità tra le due fazioni sembra risalire a tempi antichissimi, quando gli abitanti di Jesolo ed Eraclea si trasferirono in città, dividendosi tra la parte orientale e quella sud-occidentale. La Serenissima accettava e promuoveva le lotte, che rendevano abili i cittadini nella difesa da eventuali attacchi nemici; inoltre, la divisione in due gruppi, rendeva più remota la possibilità di rivolte. Questi eventi venivano seguiti da una moltitudine di persone che tifava per una fazione o per l’altra, e seguivano una preparazione meticolosa nei giorni precedenti.
Il combattimento iniziava con i duelli tra i campioni delle due parti, e lo scopo era far cadere dal ponte l’avversario a suon di pugni. Per partire dalla giusta posizione, ai quattro angoli del ponte erano presenti delle impronte in pietra bianca d’Istria, dove i contendenti appoggiavano i piedi prima del duello, detto “Mostra“. Alla Mostra seguiva “la Frota“, un assalto al ponte delle fazioni al completo, poi arrivava la “Guerra ordinata”, una gara di spintoni. Chi vinceva, poteva mettere sul ponte le proprie insegne, fino a quando non ci fosse stata una nuova rivendicazione.
Regolarmente però, le cose finivano in rissa e nel tempo le cose peggiorarono arrivando agli accoltellamenti. Per questo nel 1705 gli scontri furono proibiti e per chi avesse disobbedito la punizione era servire nelle galee da guerra per almeno 5 anni. Anche a Cannaregio, in Campo Santa Fosca, esiste un altro ponte con le impronte bianche, meno conosciuto ma ugualmente utilizzato a suo tempo per questi incontri, mentre nel sestiere di San Marco, vicino a San Zulian, si trova il “Ponte della Guerra”, anch’esso adibito alle lotte. Tre luoghi curiosi a Venezia, legati tra loro da storie affascinanti.


Il Ponte Borgoloco – Santa Maria Formosa
Quanti ponti ci sono a Venezia? Il numero cambia a seconda della fonte, ma siamo comunque attorno ai 420, decina più decina meno. E ognuno ha una storia da raccontare, come del resto ogni pietra ed ogni angolo di questa città affascinante e misteriosa. I luoghi curiosi a Venezia si raccontano ma non si contano, talmente tante sono le storie e le leggende che hanno origine dalle calli e dai canali.
Qui vi parlo di un ponte a cui non sono legate leggende o misteri, ma che ha comunque qualcosa da dirci, qualcosa che si nasconde davanti agli occhi di tutti: il Ponte Borgoloco. Si trova nei pressi di Campo Santa Maria Formosa e della Fondazione Querini Stampalia, uno dei luoghi di cultura più prestigiosi di Venezia.
Nella prima metà dell’800 Venezia fu protagonista del Risorgimento italiano contro la dominazione austriaca. La polizia di occupazione poneva pesanti restrizioni alla libertà di parola, per cui era proibito parlare in pubblico di politica. Ma i patrioti trovavano sempre il modo di dire la loro, magari mascherando le frasi reazionarie con degli acronimi, come il famoso “Viva Verdi!” che veniva gridato a teatro durante le rappresentazioni del celebre musicista. Altro non era che un modo per inneggiare a Vittorio Emanuele Re D‘Italia, Verdi appunto.

Ma i veneziani avevano trovato anche un altro modo per inneggiare a Vittorio Emanuele, qualcosa che fosse perpetuo e allo stesso tempo invisibile alla polizia austriaca. Se vi recate al ponte, noterete la sua bellissima ringhiera in ferro battuto, ricca di volute e cuori. Ma se guardate attentamente, potrete scorgere tra quei ghirigori, apparentemente solo decorativi, le lettere W, V, E. Ovvero: W Vittorio Emanuele. Ora che lo sapete, riuscite a vederle? Mi raccomando, non spargete troppo la voce. E non dimenticate di visitare la vicina Libreria Acqua Alta, a cui dedicare assolutamente un pò di tempo, se amate i libri… e i gatti.
La Libreria Acqua Alta
Un luogo unico al mondo, nel cuore di una città unica al mondo: la libreria Acqua Alta, nasce nel 2004 dal genio creativo di un vicentino divenuto veneziano d’adozione, Luigi Frizzo. Dopo anni di viaggio in giro per il mondo, trasforma la sua libreria per difenderla dalle acque alte, che a Venezia esistono da sempre. Ne nasce così un luogo magico, dove gli appassionati di letteratura ma anche i semplici curiosi, possono restare affascinati da un microcosmo strabordante di libri e arredi stravaganti.
La peculiarità di questo luogo sta proprio nella sua lotta contro l’acqua alta, da cui il nome. Per proteggere i tesori letterari dalle possibili inondazioni, oltre alle tradizionali mensole e scaffali, i libri sono sistemati in gondole, canoe e barchette che fungono da originali contenitori. E attenzione, niente catalogo digitale qui! Dovrai affidarti alla conoscenza enciclopedica di Luigi, il padrone di casa, che conosce ogni angolo della sua libreria.



Tra le chicche da non perdere c’è la scala di libri, un’incredibile struttura ricavata dai volumi destinati al macero. Questo capolavoro di riciclo creativo offre una bella vista su “Rio de la Tetta” che ispirò Hugo Pratt per una delle sue storie di Corto Maltese.
Mentre ti orienti tra le montagne di libri seguendo i cartelli scritti a mano, non sarà difficile incontrare qualche simpatico gatto che approfitta delle coccole dei visitatori. Troverai volumi usati, antichi e introvabili, ed edizioni straordinarie, come il “Piccolo Principe” in dialetto veneto. Un vero paradiso per chi ama i libri, ma anche se non sei un appassionato lettore, avrai comunque visitato una delle librerie più straordinarie al mondo!
La chiesa di San Pantalon
Non lontano da Piazzale Roma, a pochi passi da Campo Santa Margherita, proprio “un ponte e na cae” (un ponte e una calle) come si dice a Venezia, vi è un luogo straordinario nonostante sia poco appariscente. Si tratta della chiesa di San Pantalon, che, con la sua aria quasi dimessa, si affaccia all’omonimo Campo, segnando il confine tra i sestieri di Santa Croce e Dorsoduro.

Non vi sono notizie certe sulla data di costruzione originale, ma sul finire del XVII secolo fu ricostruita, poiché giudicata pericolante. L’architetto trevigiano Francesco Comin, ne ruotò l’asse, cosicché oggi la facciata guarda sull’omonimo campo. , La sua particolarità, oltre alla facciata rimasta incompiuta come in poche altre chiese veneziane, è quella di ospitare sul suo soffitto quello che viene considerato il secondo dipinto su tela più grande del mondo, di ben 443 mq. Si tratta di un’opera realizzata tra il 1680 e il 1704 da Gian Antonio Fumiani, che ha dipinto le scene del Martirio di San Pantaleone e della sua ascesa in gloria, con la tecnica del “telero”.
Il telero è una tecnica inventata a Venezia e poi esportata in tutta Italia, che consiste nel dipingere ad olio su tele di grandi dimensione che poi venivano unite assieme e applicate alle pareti, in questo caso al soffitto. Un telero verticale di 175 mq dipinto dal Tintoretto è presente anche all’interno del Palazzo Ducale di Venezia, mentre il più grande in assoluto è di 720 mq. e copre il soffitto nella scuola Convitto Nazionale Giordano Bruno di Maddaloni, in provincia di Caserta.
Ma la chiesa di San Pantalon contiene altri importanti tesori d’arte, come l’organo a canne ottocentesco che sovrasta l’ingresso, lo splendido altare maggiore in stile barocco, le tante pale dipinte da artisti del 300,400 e 500 come Paolo Veneziano, Antonio Vivarini e Giovanni d’Alemagna, Paolo Veronese. C’è anche una riproduzione perfetta della Madonna di Loreto.
Per tutti gli amanti dell’arte la chiesa di San Pantalon è un’occasione unica, da non perdere. La chiesa è visitabile gratuitamente tutti i giorni eccetto il venerdì, con i seguenti orari:
E dopo la visita alla chiesa e al suo straordinario contenuto, ricordate che nel vicino Campo Santa Margherita trovate alcuni degli ottimi bàcari di cui vi parlo nel mio articolo sul bàcaro tour e dove potrete assaggiare tanti squisiti cicchetti veneziani.













