insulti veneziani

Origine e significato degli insulti veneziani più comuni: la vivace eredità linguistica della Serenissima.

Oggi vi parlo degli insulti veneziani. Venezia è una città unica, riconosciuta come tale in tutto il mondo. Ma c’è un aspetto, tra i tanti, che a volte sfugge ai più, al turista frettoloso che meno si cura della varia umanità locale. Eh sì, perché conoscere una città significa anche conoscerne il sociale e le interazioni tra le persone che ci vivono e lavorano. E l’insulto, ovunque utilizzato a torto o a ragione, può dire molto in tal senso, perché spesso affonda le proprie origini e il suo significato nella storia di un popolo, arrivando fino a noi nel suo lento ma inesorabile cammino nel vissuto quotidiano.

Venezia non fa eccezione; anzi, è stata ufficialmente riconosciuta come la città dove si dicono più parolacce ed insulti. Un triste primato, da un certo punto di vista, ma a guardar bene si tratta anche di una manifestazione di grande fantasia e goliardia, caratteristiche peculiari di una “venezianità” che tende sempre a distinguersi, nel bene e nel male. Ed è proprio lo spirito goliardico del veneziano, a far sì che spessissimo l’insulto venga utilizzato senza la vera intenzione di offendere, ma in senso amichevole. Un po’ come a sottolineare una certa intimità tra le persone coinvolte.

Ciò che fa la differenza è sempre il modo in cui l’insulto viene detto. Anche un semplice “scemo! “, urlato ad uno sconosciuto ha un peso diverso da “va là scemo” detto ridendo ad un amico.

Vediamo quindi alcuni degli insulti più comuni che si possono sentire tra calli e campielli, il loro significato e, dove possibile, la loro origine. Va comunque detto che molti “insulti amichevoli” li trovate nei miei precedenti articoli sui “Modi di dire veneziani” parte 1 e parte 2, che vi invito quindi a leggere per completezza di informazione.

Mona (le basi)

Mona è uno dei termini più usati, a Venezia ed in Veneto, sia per definire la vagina (al femminile) che come insulto a una persona stupida (al maschile). L’origine della parola è piuttosto controversa, ma la più attendibile sembra essere quella che la fa derivare dal celtico “mònes”, ovvero “scimmia”, da cui l’associazione con essere “stupido, poco intelligente”.

cercopiteco 1

I celti erano infatti presenti nei territori veneti già a partire dal quarto secolo a.C., ed il muso scuro dell’animale, con la sua forma triangolare, in effetti potrebbe anche richiamare il pube femminile. Anche la parola araba “maimun” significa sia scimmia che gatta, entrambi considerati simbolo di peccato e lussuria, e per questo viene anche usata per indicare la vagina. Nelle leggende del centro-sud America, la Mona Bruja è una strega che si trasforma in scimmia e perseguita gli uomini. Una variante spesso utilizzata è “muso da mona”, per dire di uno con la “faccia da stupido”.

Buèo

Letteralmente significa “budello”, o per meglio dire “buco del culo”, spesso rafforzato in “buèo marso” (marcio, puzzolente). Espressione di notevole disprezzo, se usata come insulto (ti xe un buèo), ma che in altro contesto può anche diventare sinonimo di “gran fortuna”: ad esempio “che gran buèo che ti gà” (che gran fortuna hai) in risposta a “sai che ho vinto al lotto?”.

insulti veneziani - buèo

Bèco

insulti veneziani - bèco

Tipica espressione per dare del “cornuto” a qualcuno, con variante rafforzativa in “becanasso”. Deriva dal termine usato per definire il caprone, per l’appunto dotato di corna. Nello stesso ambito esiste un’altra espressione ben più colorita: “el gà più corni eo che na sesta de bovoeti” ovvero “ha più corni lui che una cesta di lumachine”.

Bècanoto

Da non confondere con il “bèco”, avendo tutt’altra radice e diverso significato. Il becanoto” infatti starebbe ad indicare un “errore” (sta lettera ea xe piena de becanoti… questa lettera è piena di errori). Di conseguenza, a una “persona poco affidabile”, che commette spesso errori, si dice “ti xe proprio un bècanoto”. Il che può essere anche inteso come “sei nato per sbaglio, sei inutile”.

Càncaro

L’origine dell’insulto è piuttosto intuitiva, riferendosi letteralmente a parola molto simile, ovvero “cancro”. Dire a qualcuno “ti xe un càncaro” significa dargli del malvagio, persona profondamente cattiva e pericolosa, da evitare come la malattia omonima.

Cào

Il cào, tradotto “cavo”, era un grosso pezzo di corda sfilacciato che si lasciava penzolare in acqua fuori dal bordo della barca. Un tempo, quando si era fuori in laguna o in mare, non c’erano i servizi igienici, per cui quando scappava si faceva tutto fuori bordo.

insulti veneziani - cào

Il cào serviva per ripulirsi, e lasciato in acqua a sua volta si lavava, pronto per essere riutilizzato. È facile intuire come dire a qualcuno “ti xe un cào” sia una offesa non da poco. La variante “cào da brodo” aggiunge anche il fatto che non sia stato lavato.

Cojon

Coglione. Non serve dire altro. Credo che il termine ed il suo significato recondito siano conosciuti ovunque in Italia. Da questo termine deriva anche il verbo “cojonar”, ovvero “prendere in giro” qualcuno, farlo diventare “coglione”.

Baùco

insulti veneziani - baùco

Parola che deriva da “bacucco”, termine che ha origine dal nome di Abacuc. Costui era un profeta biblico, tradizionalmente rappresentato come molto vecchio e che per questo divenne un simbolo della demenza senile.

Si usa quindi per definire una persona un pò tonta, rincitrullita. Il termine compare al plurale nell’espressione “descanta baùchi” (…e sveja macachi), che sta a sottolineare un piccolo incidente avuto per distrazione, o per poca attenzione nel muoversi colpendo qualcosa di fermo, che è sempre stato lì.

Goldòn

È un insulto relativamente “giovane”, e indica una persona che vale poco o niente. Infatti il termine è sinonimo di preservativo (goldone in veneto e lombardia), ed è opinione comune (errata) che derivi da una marca specifica, ovvero la Gold One, in dotazione alle truppe americane in Italia durante la seconda guerra mondiale.

insulti veneziani - goldòn

Ma in realtà, questa marca non è mai esistita, per cui il termine Gold One più plausibilmente si riferiva alla confezione, dorata (Gold) e singola (One), in cui il preservativo era contenuto. Lo slang usato dai soldati americani venne poi italianizzato in goldone“, per i veneziani “goldòn”.

Insemenìo

L’origine deriva da “andato in semenza”, che per una pianta vuol dire non essere più buona da mangiare, quindi inutile. In pratica lo si dice a chi è confuso, inebetito, intontito. Viene usato quasi sempre in senso bonario, quindi non lo definirei un insulto vero e proprio. Si usa anche dire di sè stessi quando si fa un errore, “sò proprio insemenìo”, o quando si rimane confusi dopo un forte colpo alla testa.

Magna sborae

Letteralmente, “persona che si ciba di sperma“. In veneziano infatti lo sboro” (plurale sborae) è lo sperma, parola che compare spesso e volentieri come intercalare in quasi tutti i discorsi tra amici e conoscenti, nella famosissima espressione “ghe sboro” e in tutte le sue varianti, di cui già vi ho parlato nel mio articolo sui modi di dire veneziani. Si tratta, come si può intuire, di una espressione di notevole disprezzo per la persona a cui l’insulto è rivolto.

Maràntega

insulti veneziani - marantega

Uno dei pochissimi insulti esclusivamente al femminile, dal latino “mater antiqua“. Il termine si rivolge a una donna vecchia, brutta e malandata, una megera. A Venezia, per la festa dell’Epifania, la marantega si identifica con la Befana, che nella tradizione veneziana porta dolci e giocattoli ai bambini.

Moltòn

Traduzione dialettale di “montone”, ovvero il maschio della pecora. Insulto che si riferisce ad una persona caratterialmente chiusa, poco socievole e scostante, con la quale si fatica a discutere. “Ti xe proprio un moltòn“, si dice anche quando non si riesce a far ragionare qualcuno.

insulti veneziani - moltòn

Mòngoeo

Forma dialettale di “mongolo”, abitante della Mongolia. Le notevoli differenze di cultura e di linguaggio tra questo popolo e i veneziani rendevano molto difficile farsi capire. Ecco perché a una persona che non capisce, o che ha comportamenti poco consoni alla norma, si dice: “ma ti xe mongoeo?” (ma sei mongolo?). Meno “politically correct” è il riferimento alla sindrome di Down, il cui portatore ha tratti somatici mongoloidi e disabilità intellettiva e fisica; purtroppo in passato non vi era la stessa sensibilità di oggi verso questo tipo di persone, per cui cui dare del “mongolo” in tal senso era ritenuto lecito. E così questo insulto poco simpatico è arrivato fino ai giorni nostri.

Pàndoeo

insulti veneziani - pandolo

Il “pàndolo” è un biscottone lungo e grosso tipico delle zone prealpine di Vicenza, che si inzuppa nel vino. Nella parlata locale definisce una persona grande e grossa ma goffa e poco sveglia e viene usato anche a Venezia (el xe un pàndoeo, grando par niente = è un buono a nulla!)

Peòcio

Letteralmente “pidocchio”. Lo stesso termine viene usato sia per l’insetto parassita che per la cozza, in quanto entrambi si attaccano fortemente a qualcosa. Se riferito a una persona indica il suo forte attaccamento al denaro, uno spilorcio. La variante “peòcio refà” (refà sta per “ripreso”) è per chi si è arricchito velocemente ma rimane comunque rozzo e volgare.

insulti veneziani - peòcio

Sèmo

Forma dialettale di “scemo”. Come per altre espressioni veneziane, viene usato come bonario rimprovero (ma ti xe sèmo?) quando si sbaglia qualcosa, o come blando insulto amichevole (ma và eà, sèmo). Molto simile nell’uso a “insemenìo“.

Sòco

insulti veneziani - sòco

Traduzione dialettale di “ceppo”, ovvero ciò che resta alla base dell’albero una volta tagliato. È la parte più dura della pianta, e la più difficile da estirpare, tanto che spesso la si lascia dov’è. Solitamente si dice a una persona poco intelligente e testarda, che non si sposta facilmente dalle proprie convinzioni. Una testa dura insomma. Una variante è dire “ti xe na testa da bati pai“, già descritto nell’articolo sui modi di dire veneziani.

Tandùo

Probabilmente deriva dal francese “en attendant”, ovvero “in attesa”. Quindi il significato sta per persona svogliata, immobile, che non ha verve (per restare sul francese), un buono a nulla. Altra accezione, è “rimasto fermo”, non completamente sviluppato o con un ritardo mentale.

Và in mona (… de to mare)

Espressione tipica veneziana, che non è un insulto vero e proprio, ma più che altro un invito ad andarsene a quel paese, ad abbandonare una discussione in corso. Letteralmente è un pò come dire “torna da dove sei venuto” (in grembo di tua madre), con accezione un po’ più spinta nel caso delle varianti “… de to sorèa” (.. di tua sorella ) e “… de to àmia” (_ di tua zia) che sono più indicazione ad essere frutto di incesto. Il “và in mona” è anche un tipico intercalare, soprattutto quando si parla di cose futili, di poca importanza, come il più frequente “ghe sboro” già descritto nel mio articolo sui Modi di Dire Veneziani.

Và in cùeo (… de to mare)

insulti veneziani - va in culo

Variante del precedente “và in mona…” ma ben più offensivo (và in culo…) dato che in questo caso ci si riferisce ad una parte del corpo diversa, da cui l’interessato si intende provenga; un modo “elegante” per dare dello stronzo. Variante con stesso significato è “chi tà cagà” ovvero “chi ti ha defecato”. Altra variante, che richiama lo stesso concetto, è “to mare omo!” (tua madre è un uomo) lasciando intendere come dovresti essere nato.

Concludendo…

Questo elenco non è sicuramente esaustivo, dato che la fantasia dei veneziani in fatto di insulti è davvero grande, soprattutto se si tratta di insulti “amichevoli”, che spesso rientrano tra i tanti modi di dire. Qui ho cercato di darvi una selezione dei più usati e curiosi, tralasciando ovviamente la bestemmia, dove il veneziano dà il meglio (o sarebbe il caso di dire il peggio…) di sé. Come si usa dire: “Scherza coi fanti ma lascia stare i santi.

In ogni caso, se vi piace Venezia e ciò che la riguarda, continuate a seguire il mio blog Veneziando.net.

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